Nuovo capitolo

Ho buttato nel cestino delle brutte scarpe e una camicia bianca di cui anche mio padre, pur non avvezzo all’estetica, un giorno mi ha guardato e mi ha detto: “Ma devi metterla per forza quella roba lì?”

Ho lasciato una cravatta marrone, larga – e al tatto che sa di carta – dondolante su un appendiabito rotto. C’è un piccolo zaino stracolmo di scartoffie, manuali, cartelline, ricordi ed esperienze che fatico a chiudere e il mio antistress a forma di aeroplanino che mi sarà ancora una volta compagno sulla mia nuova scrivania.

Ho chiuso in anticipo un altro capitolo lavorativo, con un taglio netto, ma era doveroso. L’orologio davanti a me, questa mattina si è fermato. …E mi sono fermato anche io a ripercorrere questi quattro anni e una manciata di mesi trascorsi a rimettere in discussione, ogni giorno, il mio modo di lavorare. Ho imparato tanto, non solo dal punto di vista professionale; e tutto quello che ieri faticavo ad accettare o a comprendere oggi sa già di buono …ed è tutto più nitido.  “Era tempo per te di fare il salto”, mi è stato detto. E così ho saltato.

Cambiare fa paura, soprattutto a trent… (vabbè) ma è l’unico modo per stare al gioco e rimettersi in discussione.

I made it happen.

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La grotta del Buontalenti nei giardini di Boboli a Firenze

È casuale l’imbattermi nella grotta del Buontalenti e trovarla aperta: infatti solo alle 15:30, e per una decina di minuti (forse anche meno), pochi eletti  – o più semplicemente fortunati – hanno la possibilità di ammirarne la peculiare essenza.

La grotta, costruita tra il 1583 e il 1593, fu progettata da Bernardo Buontalenti e si trova all’interno dei giardini di Boboli, a Firenze.

Non essendo uno storico dell’arte posso solo tentare – malamente – di trascrivere, ma con devota ammirazione e profonda emozione, lo stupore che le sculture, i dipinti, le fontane e i magici soggetti all’interno della grotta mi hanno regalato.

Tutto sembra fiabesco, incantato e irreale.

Tre sono le stanze che si susseguono in questo luogo delicato e privato.

Fin dall’ingresso e già nella prima stanza, stalattiti si avvicendano come guardiane del luogo. Sui muri figure dipinte mi riportano all’infanzia, quando fantasticavo di mondi marini, di luoghi lontani e immaginari abitati da creature dalle forme bizzare, come se fossero state create dalle mani di un pazzo architetto e modellate con una pastura di sabbia e cera. Con un occhio più attento scorgo delle sagome che spuntano dai muri, quasi incorporate in essi. Intravedo sirene, uomini sugli alberi e un vaso circondato dalle forme più diverse che ne ricoprono parte del colore.

 

Un pastore suona mentre porta al pascolo le sue pecore, delle comari conversano e un viandante si riposa, con sguardo perso nel vuoto, appoggiandosi al suo bastone.

Scene bucoliche si alternano nelle tre stanze di questo luogo incantato. In una di esse – ahimè non ricordo quale –  il disegno di una scimmietta che annusa dispettosa un fiore e una nicchia con una colomba nel cielo mi accompagnano alla stanza successiva dove si alternano capre e fiere dai fieri portamenti. Le concrezioni spugnose della grotta si mescolano ai dipinti inghiottendone i confini e i margini come se volessero farne parte; una statua di Paride ed Elena presiede la seconda stanza.

Nella terza e ultima stanza, la Venere scolpita dal Giambologna, posta al centro di una fontana, pare la regina indiscussa dell’antro. Con mano vezzosa si copre i seni toccandosi una spalla, lo sguardo è volto verso il basso e intorno a lei, pennellate sulla parete, ecco spuntare piccole roselline o chissà, non ricordo più, piante e fiori di campo. Qualche sparuto passerotto fa capolino tra un ramo e l’altro, mentre l’ombra della statua si staglia sui muri grazie ad aperture che lasciano filtrare la luce esterna.

…Chissà che meraviglia quando le fontane che fanno parte di questa opera speciale sono in funzione.

Pittura, architettura e scultura si mescolano in questo piccolo capolavoro di rara bellezza  e armonia. Lo garantisco: ne vale decisamente la pena.

 

La Mina, la grotta segreta – Ronda – Andalusia

Visitando i giardini de la Casa del Rey Moro a Ronda, in Andalusia, si può scendere una scalinata, scavata all’interno della roccia  durante il regno moresco intorno al XIV secolo, che conta circa 300 gradini e che porta al fiume che fende in due la città. Questa lunga scala, che sembra condurre agli inferi o al centro della terra, è stata più volte al centro di  storie fantastiche : bellissime principesse la discendevano per le abluzioni o, forse, palazzi nascosti si trovavano al fondo delle scale o nascosti chissà dove tra gli anfratti. Mentre si scende verso il corso d’acqua, che in passato fu l’unico mezzo di sostentamento per i mori assediati dai cristiani, si ha la sensazione di trovarsi in una grotta con goccioline d’acqua che si affacciano timide alle pareti e gradini scivolosi. Piccole nicchie e stanze si susseguono man mano che si scende e l’antro, a tratti spaventoso e freddo, s’illumina gradualmente della luce dell’arrivo.

Giunti in fondo, si apre una distesa d’acqua dai colori che spaziano dal verde all’azzurro, con il riflesso della gola di roccia al di sopra – El Tajo – che si specchia nel fiume.

Sarebbe bello poter visitare anche la Casa del Rey Moro, ma purtroppo non è possibile perché in fase di ristrutturazione. Ci si consola passeggiando nel giardino e ammirando il panorama dall’alto in compagnia di timidi pavoni che si mimetizzano furtivamente tra le siepi.

In velocipede da Amsterdam al faro di Marken

Gita al Faro.

Non nego il fascino dei paesaggi olandesi, la comodità delle biciclette, l’organizzazione perfetta delle loro ciclovie… eppure, nonostante ciò, la fatica dopo  ventiquattro (sottovalutati) chilometri si è insinuata, inesorabilmente, nei muscoli delle mie gambe.

Fine luglio. L’aria fresca e il cielo limpido stimolano il mio desiderio da esploratore.

La meta prescelta è Marken. Parto presto dal mio hotel nel centro di Amsterdam e m’infilo tra i viali della città imboccando una pista ciclabile che non mi abbandonerà più fino alla destinazione finale.

Scivolo veloce superando i sobborghi della città; il tragitto pianeggiante motiva la mia corsa e mi sento invincibile. (Sento già di mentire a me stesso).

Dopo i primi cinque o sei chilometri (anche se a me sembrano venti) inizio ad annaspare e ringrazio un ponte levatoio in funzione che mi obbliga a prendere fiato e a iniziare a guardarmi intorno accorgendomi che la città, oramai lasciata alle spalle, è stata sostituita dai primi boschi e specchi d’acqua che cesellano delicatamente i panorami dinanzi a me.

Dal parapetto del ponte osservo decine d’imbarcazioni che transitano sotto i miei occhi. Mi soffermo su queste animelle dondolanti che si trasformano in barchette di carta inghiottite dalla foschia dell’orizzonte mentre si allontanano sul mare, galleggianti e sospinte dal vento.

Il ponte si ricompone lentamente e riprendo la mia corsa.

M’imbatto nel piccolo paese di Durgerdam, dove case con vista mare, ben allineate l’una all’altra, protette da tetti a punta, con le facciate dai colori pastello e il loro giardino sul retro ben curato, si susseguono silenti. Sigilla la fine del villaggio una chiesetta che si affaccia su una bellissima laguna puntellata qua e là da natanti a riposo.

La pista ciclabile prosegue su di un argine che incornicia un bacino dove qualche pennuto plana lento sul filo dell’acqua in cerca di pesce come aperitivo.

Un senso di leggerezza mi pervade e mi sento coinvolto mentre ammiro una natura così rispettata.

Arrivo a una grossa pala eolica e mi rapisce la sua imponenza. Osservata con reverenza e timore dal basso ricorda un’enorme girandola senza colori, pronta a far desistere i viandanti nel proseguire. Leggo su un cartello i chilometri mancanti al mio traguardo e mi convinco che ci sia inciso a caratteri cubitali una sola parola: infiniti.

L’ultimo tratto di strada verso Marken è suggestivo poiché,  da entrambi i lati, il mare lambisce le due corsie che collegano la terraferma a quella che una volta era un’isola, la sensazione è quella di pedalare sull’acqua. Il vento è a favore e mi sembra di guizzare via veloce.

Arrivo esausto.

Il primo impatto è quello di giungere nella città di Edward Mani di Forbici, dalle casette tutte uguali, con un fiume che scorre lento per il villaggio e un tempo cadenzato da un ritmo quasi finto. E poi c’è il porto – un tempo unico scalo per giungere sull’isola. É un lento viavai di barche che approdano. Alcune sbarcano turisti  e poi imperturbabili riprendono il largo, altre il pesce fresco pescato al largo. Sulla banchina, spuntano venditori ambulanti di pesce fritto, pollo e frutti di bosco. Assaggio dei dolci alla nutella mentre affido al mare il mio sguardo e osservo il passare lento degli abitanti del luogo, dei caffé e di qualche visitatore.

Decido di proseguire verso il faro, l’ultimo traguardo di questa mia gita fuori porta a circa quindici minuti dal centro di Marken. Riprendo la pedalata e un attimo prima di allontanarmi dal villaggio m’imbatto in una chiesetta dal tetto in legno. Mi fermo e sbircio all’interno.  Dal soffitto, dondolanti, si alternano barche, velieri e natanti di diverse dimensioni.

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Monto in sella nuovamente e mi affatico tra distese di verde, pecore, mucche a noi conosciute dal manto chiazzato di nero o di marrone e alcune meno popolari, pelose e dalle lunghe corna che pascolano indisturbate.

Finalmente, il faro appare in lontananza.

Intravedo dei lavori in corso.

É chiuso. Per restauro.

Non commento.

Arrivo alla piccola spiaggia. Raffiche di vento agitano il mare. Gli azzurri dell’ acqua e i marroni della sabbia si mescolano tra di loro e tante piccole conchiglie proteggono i granelli della rena in un tripudio di rosa e di beige. Le piccole onde sospinte da folate di vento approdano delicate sul bagnasciuga. Respiro bene. Mi volto verso la mia compagna di viaggio; è lì, che riposa su un fianco sull’erba, con le ruote che girano sospinte dal vento.

“La vita non è una serie di lampioncini disposti simmetricamente; la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente che ci racchiude dall’alba della coscienza fino alla fine.” –

Virginia Woolf – Gita al Faro

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Conchiglia #10 🐚 – i sette palazzi celesti, le torri di Kiefer – Hangar Bicocca – Milano

Sette sorelle, sole in una grande stanza, l’una accanto all’altra, ma non vicine.

Non si sfiorano, ma dai loro innumerevoli squarci si guardano. Solide, sicure, ma a tratti fragili e instabili, parrebbero pronte a dondolare nella speranza di un’unione.

Padrone di casa da anni alla mostra permanente dell’Hangar Bicocca, illuminate laddove l’ombra le circonda sono i sette palazzi celesti, torri di Kiefer.

La sensazione di mistero che le avvolge pervade fin dall’inizio, sembrano piombate dal cielo, come se arrivassero da luoghi lontani e incassate su loro stesse. É bello accucciarsi ai loro piedi e immaginare che sussurrino, che parlino, che rivelino il loro mistero o il futuro. Porte spalancate e affacciate nel buio pronte a  inghiottire lo spettatore.

Le immagino in partenza come esploratrici delle stelle, di nuovi mondi, navicelle pronte alla scoperta dello spazio.

Qui, solo di passaggio.

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Divagazione #3 👀 – Una cravatta rosa

Chiusa, in un cassetto. Da mesi.

Avvolta su me stessa nella speranza che lui si accorgesse di me. Non conosco il perché, la ragione, il senso per il quale sceglieva sempre una delle mie sorelle. Chiedevo, al ritorno di una di loro a tarda sera, cosa le fosse accaduto e vagheggiando mi rispondeva che lui, il mio lui, si trovava nel suo periodo blu. Diceva che avrei dovuto aspettare.

Altri giorni.

Non capivo, ma l’attesa durò a lungo. Rimanevo sempre più sola. Piangevo. Mi sarei strappata, lacerata e avrei tagliato ogni mio filo di seta per poter essere la protagonista, almeno per una volta.

Una notte, infine, fui afferrata.

Con rabbia.

Legata stretta. Fino a non respirare.

Portata in un luogo caldo.

E subito sentii la mancanza delle mie sorelle. Non conoscevo e non avevo mai visto nulla.

Venni tirata,

allentata,

tolta e…

finalmente tornai a respirare, anche se affannosamente. Pensai di essere libera e di tornare a casa, ma mi ritrovai in un luogo sconosciuto.

Abbandonata, su un pavimento freddo, in terra. Avevo freddo. Rimasi lì ore. Forse giorni.

Poi, fui afferrata e finii in un cantuccio caldo, coperto e custodito da un bottone. Tornai a casa. Ritrovai i luoghi a me cari. E lì, rimasi per sempre.

Il suo periodo rosa era finito, ancor prima di iniziare.

 

Conchiglia #9 🐚 – Tuz Gölü – Turchia

Agosto.

Da Instabul percorro la Turchia nel suo cuore verso il mare, esplorando la Cappadocia e le città delle province più nascoste che sonnecchiano ancorate a un tempo passato.

Viaggio verso sud-est da Ankara, la capitale, quando, inaspettatamente,  una distesa di bianco, che si fa luce sferzante nei riflessi del sole di mezzogiorno, si staglia dinnanzi a me.

Sono arrivato a Tuz Gölü, lago salato di questa terra.

In estate questo bacino, ritirandosi, lascia grani di sale che si appoggiano l’uno sull’altro creando un tappeto bianco dove si può camminare e sentirsi a contatto con un luogo magico. La scorza del mio viso brucia, sembra la pelle tirata di un timpano pronto a essere percosso. Vorrei strapparmela di dosso.

Provo a correre verso il centro, allontanandomi dalla costa di qualche metro. Sembra un’illusione senza fine la linea del bianco che taglia di netto l’orizzonte, tra cielo e acqua… Laggiù, immagino, rimangono ancora rivoli d’acqua ad asciugarsi al sole.

Tocco il sale, si sbriciola tra le dita. Infiamma le mie mani.

È così: io continuo a stupirmi di quanti luoghi straordinari e unici ci siano in giro per il mondo.

Sempre.

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Di un bianco abbacinante si presenta il castello di Miramare a Trieste

…e così abbigliato si porge al mare.

Da Piazza Unità d’Italia lo si scorge come se stesse per tuffarsi in acqua, pronto a levare l’ancora e a navigare verso sud; è mancante solo di un paio d’ali. Come polena, una vera sfinge proveniente dall’Egitto, adagiata sull’estremità del piccolo molo privato (e da cui la leggenda narra derivino le disgrazie che colpirono gli abitatori del castello).

Così si schiude davanti al mio sguardo Miramare, la residenza voluta da Massimiliano D’Asburgo e costruita tra il 1856 e il 1860. Animo sensibile – affermano gli storici – Massimiliano volle adornare il suo nido di pace e di serenità con un parco che cingesse il castello e lo proteggesse dal mondo esterno. Abeti, palme, rose e lecci si alternano tra i vialetti che tratteggiano il parco, oggi diventato di proprietà del Comune, mentre i glicini, in primavera, esercitano il loro fascino diffondendo la loro violacea tintura e avvolgendo gli edifici del luogo. Fontane e statue sono disseminate un po’ dovunque e le serre in ferro battuto con ampie vetrate, fatte realizzare da Massimiliano per custodire e far crescere i semi delle piante esotiche che inviava alla residenza quando lontano, sono ancora presenti, seppure in disuso. Una piccola foresteria con un laghetto ospita oggi due bianchi cigni donati al castello dalla comunità triestina.

Affacciandomi dalla lunga balconata che circonda il castello e che offre ai visitatori una vista suggestiva sul mare, mi godo l’orizzonte velato dai riflessi di arancio e cobalto regalati dalla giornata nuvolosa. Improvvisamente, nel mio animo cresce il desiderio di partire e di salpare, magari dal porticciolo, lo stesso dal quale – chissà – salpò verso il Messico Massimiliano, a cui era stata promessa la corona d’imperatore di quel mondo lontano. Immagino che da lì, con la moglie Carlotta, prima di partire, i due riflettessero, volgendo lo sguardo ora verso Trieste ora verso il Carso alle loro spalle, su quali futuri arredi aggiungere al palazzo. Interni che, ahimè, Massimiliano non avrebbe mai visto a causa della sua fucilazione avvenuta in terra messicana. Al rientro – si racconta –  la consorte, disperata, al castello preferì il Castelletto, una piccola dépandance nata su una collinetta del parco: lì trascorse le sue giornate dopo la triste fine della sua storia d’amore. Un glicine ne incornicia, oggi, l’entrata e, a poca distanza, una piccola veranda, si affaccia sulla baia di Grignano, ai piedi dell’incantevole altura.

Nelle sere successive alla visita al castello, dal Molo Audace , che come un braccio si allunga nel mare di Trieste, ho continuato a scrutare laggiù, verso Miramare, in attesa che quel candido veliero salpasse da lì a breve.

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Tramonti siciliani: dalle saline di Trapani a Erice.

La macchina sulla quale sto navigando pare smarrirsi tra le brulle e aride campagne della provincia di Trapani. Non so dove stia andando e quale fine stia inseguendo, ma mi lascio accompagnare tra le vie arse dal sole, tratteggiate finemente dal caso, sull’estrema punta occidentale della Sicilia. Il sole è pronto per accomodarsi sul letto d’acqua e irradia coi raggi l’orizzonte sfumandolo d’arancio. La piccola cinquecento imbocca una stradina sterrata e poi un’altra ancora; curva delicatamente, tira poi dritto con decisione lasciando dietro sé polveri biancastre che si depositano sul manto stradale dissestato. Il mare è sulla sinistra, in subbuglio, e tinteggiato da una sottile patina color ciliegio. Poi, all’improvviso, alla mia destra, appaiono le saline. Si rallenta, con dolcezza, e mi scopro fiancheggiato dall’acqua. Sottili argini suddividono piscine, di varie dimensioni, condite di sale.

L’acqua al loro interno è sospinta dal vento che ne increspa le onde, e sembra plasmare piccole dune che invano vorrebbero assumere una forma ben definita. L’automobile getta l’ancora e arresta la sua corsa. Sbarco e di fronte a me si affaccia un piccolo mulino su cui vigila, sullo sfondo, il monte Erice.

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Come un equilibrista mi avventuro, in punta di piedi, lungo le sottili sponde delle saline e m’imbatto nei primi grani di sale che con la luce del crepuscolo si dipingono di rosa trasformandosi in cristalli delicati. Davanti a me, giganti piramidi di queste gemme preziose si ergono a guardiane del luogo e a dee protettrici di altre, più piccole, disseminate in qualche pozza qua e là.

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Qui, nell’ora prima del tramonto, non è padrona la fretta, né il caos, ma solo la quiete che giunge dopo un’intensa giornata di lavoro. Immagino la pelle dei salinieri sferzata dal riflesso del sole sul bianco del salgemma nelle ore più calde. Assaporo la pace del momento e amplifico la mia aspettativa sul prossimo lido dove approderò: Erice. Ho curiosato tra alcune foto dedicate alla città posta in cima al monte da cui prende in prestito il suo nome. Da lassù, il tramonto sulla baia sottostante, dove mi trovo in questo momento, apparirebbe come un’esplosione superba di fiamme infernali beatificate dall’azzurro del mare.

E – gloriosamente – sarà davvero così.

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Verso il Triangolo d’Oro da Chiang Rai – Thailandia – I° Parte – The White Temple

Da Chiang Rai, nel nord della Thailandia, mi dirigo con un’auto privata verso il luogo dove l’antico Siam incontra il Laos e il Myanmar e dove strizza l’occhio alle lontane montagne della Cina: il cosiddetto Triangolo d’Oro. Qui, le tre nazioni del Sud-Est asiatico sono separate dal fiume Mekong,  che dà vita e speranza agli abitanti dei tanti villaggi che punteggiano le sue rive.

Lungo la strada che conduce al Triangolo d’Oro, una tappa obbligata è la visita al Wat Rong Khun, noto anche come White Temple: un tempio buddista, costruito interamente in gesso bianco, ideato e progettato nel 1997 dalla mente di Chalermchai Kositpipat, eccentrico artista locale.

Avvistato in lontananza, il tempio appare subito maestoso e, nello stesso tempo, mi fa pensare a una grossa meringa con panna che sembra colare da ogni lato dell’edificio, quasi a creare forme geometriche futuriste al limite della raffinatezza del gusto.

Eppure, mi affascina.

Scendo dall’auto e l’accoglienza al tempio me la riservano delle maschere bianche legate ai rami di alcuni alberi che lo circondano; maschere con sembianze di diavoli, mostri e gnomi malefici che sembrano essere i custodi del luogo, lì a intimorirmi, quasi a vietarmi di proseguire oltre.

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Passeggiando tra i giardini del tempio, m’imbatto in piccoli edifici con tetti decorati da fiamme volte verso il cielo e in un drago che si erge da un ruscello gettando dalla bocca zampilli d’acqua. Più in là, un imponente albero in metallo, che ricorda un abete, attira la mia attenzione; è decorato da migliaia di piccoli cuori di acciaio dalle forme allungate e colanti.

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Mi avvicino al ponte che collega il cancello d’ingresso all’entrata del tempio che – ahimè – scopro però essere chiuso per restauri a causa di un recente terremoto. E, tuttavia, lo spettacolo non s’interrompe: l’estro dell’artista si è infatti sviluppato magnificamente anche all’esterno dell’edificio sacro. Ai lati del ponte, sulla distesa d’acqua, punteggiata da fontane a mezza via tra candelabri e grossi cesti di frutta deformi, si stagliano due grossi Naga – i serpenti/dragoni custodi dei templi buddisti. I grossi rettili bianchi si allungano sui parapetti del ponte stesso, decorati con lamine di colore argento o di vetro trasparente che ne delineano le forme, gli occhi e le fauci. S’intravedono anche delle figure misteriose e dei teschi con smorfie congelate in un grido di dolore.

Da uno dei giardini di gesso sottostanti al ponte si protendono decine di mani tese, come nel tentativo di riaffermare la loro passata esistenza, nel desiderio estremo di aggrapparsi a una vita che sembra averli condannati. Tra di esse, alcune tendono un vaso come se stessero chiedendo dell’acqua o del cibo. Non s’incontrano volti, eppure dalla posizione delle mani, alcune contorte e altre  in tensione, traspirano i racconti: storie che vorrebbero essere gridate prima di una fine inevitabile. Tra tutte queste richieste d’aiuto, una sola mano fa un gesto di sfida: un dito medio dall’unghia laccata di rosso. A lei non interessa nulla di questo mondo: un saluto alla morte o alla vita stessa che lo ha abbandonato, quasi a dire: “No, non ti temo, sono pronto”.

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Mi volto, saluto le maschere di diavoli che mi fissano feroci e risalgo in macchina …verso nord.